NO PAIN, NO GAIN. DURA LEX, SED LEX.

sedere-grosso

Non so voi, ma mi accingo a raggiungere la data che mi porterà al meritato periodo delle ferie. Le mie sicuramente tardive, ma preferisco così, un modo come un altro per prolungare l’estate, almeno in teoria.

Fino ad oggi non ho messo piede in spiaggia, nemmeno al mio amato Bivio. Mai, neppure una volta. C’è che non mi va, il sole non mi attrae come un tempo e mi pare di non avere mai spazio per concedermi una sosta dedicata all’abbronzatura. Le triestine mi ripudieranno.

Ho fatto altro. Mi sono dedicata ad altro. Con gusto, piacere e soddisfazione.

Piaceri e soddisfazioni che sono, immancabilmente, passati anche attraverso il palato, tenendomi peraltro lontana dal luogo in cui si beatificano, sudandoli, tutti gli eccessi alimentari e non: la palestra.

Ieri il ritorno al sacro luogo, lezione di Pyramid, un misto tra step, pesi, aerobica, arti marziali. Il fiato ha retto, il resto del corpo no.

Osservavo le cosciotte ballonzolanti e i fianchi torniti, caro ricordo degli aperitivi e dei sollazzi edonistici estivi. Perché a me, i piaceri rimangono attaccati addosso.

Dallo specchio di sala l’allenatore mi guardava con sguardo impietosito, non ritrovando più la sua atleta master di qualche mese prima.

Oggi la punizione continua, perché fino alla ripresa di una qualche forma fisica, ogni sforzo è devastante, ricco di lattasi acida, condito da forchettate di frustrazione.

Ma, come ben sanno gli atleti veri: no pain, no gain. E mi tocca risalire la china.

FERIE STICAZZI. Sarà un rincorrere la forma perduta.

Ohi quanto mi è duro riprendere le amate fatiche.

E’ che sono diversamente giovane, sarà per questo!

CIN CIN!

Pimpra

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DIETRO LE QUINTE DI UNA MARATONA DI TANGO

TOSCA 2013

Dall’esterno è tutto molto semplice.

Un weekend in cui si balla a finire, danzatori di entrambi i sessi di alto se non altissimo livello, musicalisadores con le palle, cioè non quelli improvvisati che tanto basta avere un pc portatile e sono bravi tutti, tandas orgasmiche, socialità, nuovi e vecchi amici, scambio, condivisione, gioia e divertimento.

La faccia scintillante della medaglia. Poi c’è il lato b, quello oscuro, che accompagna la maggior parte dei maratoneti, o, perlomeno, quelli “intellettualmente onesti” che hanno il coraggio di ammetterlo.

Gli aspetti psicologici che stanno dietro alla partecipazione a un evento del genere, hanno una portata emotiva molto intensa, quando non devastante.

La maratona, per come la intendo io, non è una “normale” serata di milonga ripetuta per più giorni. E’ molto di più.

Innanzitutto, le maratone “come dio comanda” prevedono un numero blindato e relativamente contenuto di partecipanti, di norma, selezionatissimi. Già qui, si scatena un putiferio emozionale poiché, tutti noi, nel nostro intimo, vorremmo essere convocati, invece -sticazzi-, non sempre possiamo essere annoverati nella rosa dei papabili.

E sono fastidi. Narcisi come siamo TUTTI, chi danza ancora di più, riteniamo la nostra esclusione un atto di lesa maestà che ci fa imbizzarrire fin nel profondo.

Facciamo che siamo tra i convocati. Primo orgasmo. Possiamo procedere a prenotare il viaggio e ad organizzare il soggiorno.

Arriva il momento di partire e, per entrambi i sessi, inizia la partita con le strategie da mettere in campo per godersi l’evento.

Le donne provvedono con attenzione alla scelta dei loro look, perché, mai come in maratona, ciò che colpisce l’occhio regala una percentuale in più nella riscossione dell’invito. E credo che per gli uomini sia lo stesso sebbene la motivazione di base sia diversa.

La prima serata di maratona, probabilmente, è quella a più alto tasso di adrenalina. Si “annusa l’aria”, si devono afferrare le dinamiche di pista, studiare i potenziali “avversari”, accertarsi della presenza dei propri ballerini/e preferite, magari incontrati in altre maratone e che, il più delle volte, vivono a  grande distanza.

Partono miradas che sembrano fiammeggiate di napalm, donne e uomini sembrano predatori nella giungla. Ed è così. Sangre y arena.

La maratona non è per tutti.

Chi le frequenta è animato da spirito agonista, voglioso, protagonista. Io voglio ballare e per farlo mi devo dare da fare, perché la concorrenza è spietata, c’è tanta qualità di ballo e tutti hanno il mio stesso, bruciante, desiderio. Non vale la regola “mi metto qui e aspetto”, resti lì e aspetti e speri fino alla fine dei tuoi giorni, seduto/a da solo/a.

Quando ci si mette in gioco così, è un po’ come spogliarsi dinnanzi a noi stessi. Non possiamo fingere ciò che non siamo, entriamo in contatto con tutte le insicurezze, le paranoie di cui siamo portatori.

Cosa c’è di più difficile di “mettersi in piazza”, di certo indossando un bel vestito, e iniziando a guardarci intorno alla ricerca di uno sguardo che incontri il nostro e lo ricambi? Quando il contatto avviene ma uno dei due non sostiene quell’intenzione e scivola via, quanto viene ferito il nostro ego?

Allo stesso modo le mille domande che iniziano a turbinare nella mente quando osserviamo chi è lì con noi, ai bordi di quella pista che, all’inizio, può anche sembrare infernale ma, una volta messoci il piede dentro, ci regala infinite delizie… ma mettercelo quel piede!!!

Amo la maratona perché psicologicamente mi violenta dentro, mi sbatte in faccia tutte le mie paure, esalta le mie insicurezze, e mi inonda di dubbi.

Allo stesso modo mi rafforza perché, maratona dopo maratona, ho sempre meno terrore di guardarle, ci entro in contatto, a volte le accarezzo pure perché mi rendono la persona che sono, nella mia fragile unicità e infondono nel mio tango tutta la vita di cui ha bisogno.

Non è per tutti, bisogna accettarlo. Pochi hanno la forza e il coraggio di vedere il proprio castello di carte crollare in un soffio, vedere le certezze di cui si erano ammantanti, sgretolarsi così, improvvisamente, tra un D’Arienzo e un Di Sarli.

In coro diciamo: STICAZZI!

E ringraziamo di avere questo dono tra le mani: siamo ballerini di tango.

Pimpra

IMAGE CREDIT: Giò Il Fuz

 

 

LA LATINA SENZA FRONTIERE

la latina

Quando eravate bimbi vi sarà sicuramente capitato di fare “gne gne gne” ad altri bambini perché avevate un giocattolo nuovo, ambitissimo, in anteprima assoluta.

Sì insomma, sarete stati sicuramente stronzi pure voi, così come lo sarò io con il post odierno.

GNE’ GNE’ GNE’ Amici Cari. Oggi va così.

Sono stata alla maratona più esagerata mai vissuta ad oggi e, forse, voi, non eravate tra i partecipanti. Mi spiace. Ma, tranquilli, adesso vi faccio schiattare di invidia!😀

Per me, la maratona perfetta, per una serie di ragioni:

  • la durata: 6 giorni. Tango ai massimi e se dico massimi è un eufemismo, perché non trovo un’altra parola: “stellare”, ecco. Potendo sollazzarsi della passione preferita per un tempo così esteso, tutta la frenesia e l’ansia di non perdere un solo minuto in pista, sono state eliminate. C’era tutto il tempo, in accordo con desiderio, stanchezza e voglia, anche, di fare altro.
  • le attività extra milonga: e qui si apre un mondo. Relax in piscina, scuola di cucina (!!!) dove abbiamo imparato dei trucchetti niente male, degustazioni di prodotti tipici, un godimento assoluto  e… ciliegina sulla torta i “Giochi Senza Frontiere“!!!!

Chi di voi li ricorda? Ebbene 4 squadre per 6 giocatori l’una che si sono cimentate in 4 specialità (pallanuoto compresa!) per lo spasso di tutti i presenti. Non serve che vi dica che mi ci sono tuffata a pesce (in tutti i sensi!) e che la squadra “PUGLIESE” si è portata a casa la vittoria! Una polo rossa, meravigliosa, trofeo di cui vado orgogliosissima (in foto)! Se pensate che in acqua, i giochi si sono svolti in piscina, si facesse finta e le gare venissero prese sottogamba, vi sbagliate di grosso!!!! Un agonismo tanguero degno delle olimpiadi!

Divertimento assoluto e tifo da stadio.

L’Alzheimer sta facendo passi da gigante nella mia testa tanto da farmi  dimenticare, al momento in cui ho scritto il pezzo, di un’altra incredibile invenzione dei nostri Anfitrioni: “alla ricerca dell’ultima tanda”. Di che si tratta?

Immaginate 12 straordinari TJ, diversi per indole e sensibilità musicale, come è doveroso sia, esperti ballerini, maratoneti di lungo corso e famosissimi musicalisadores. Metteteli a sedere in un tavolo, l’uno a fianco all’altro, con la loro musica davanti. a turno, veniva estratta la quaterna, e, uno dopo l’altro, ognuno proponeva un brano a sua insindacabile scelta, a cui, il successivo tj doveva far seguire altro brano, altra musica in modo che ci fosse una sorta di coerenza musicale per  creare una tanda. Tutto all’impronta, ovviamente.

Quasi due ore di concerto, che non trovo altro modo per definirlo, condito di virtuosismi e stranezze musicali da cui poter ricavare, senza dubbio, un cd “Chill out”. 

Creatiavità pura, di chi ha avuto l’idea e di  chi l’ha realizzata= GODIMENTO PURO.

Lo spazio/tempo fuori dalla milonga è un fenomenale collante sociale. A bordo vasca si sono strette amicizie, a cena si parlava per il più delle volte in inglese per il piacere di condividere esperienze con amici provenienti da paesi lontani. Uno scambio che ci ha arricchito tutti, ci ha avvicinato, resi più aperti e ricettivi. Questa energia pulita, poi, si è riversata come un fiume in piena anche sulla pista, regalando tandas straordinarie, indimenticabili.

  • la pista da ballo: l’unico aggettivo che mi viene in mente è enorme. Parliamoci chiaro, se si organizza una maratona di 400 persone, bisogna garantire lo spazio necessario per muoversi e per farlo “comodi”. In maratona si viaggia veloce, le gambe si stendono in passi di giaguaro e non è immaginabile procedere diversamente. Lo spazio ha garantito ogni deciso spostamento senza arrecare fastidio alle altre coppie presenti.
  • i ballerini: maratona a tre livelli: il gotha della danza europea, il paradiso terrestre e danzatori/trici patrimonio Unesco. No, cioè capite che di meglio non si trova in giro!!!!  Potreste chiedermi “E tu che ci facevi? Hai ballato?” e io rispondo di sì. Non con tutti, ovviamente, non con il gotha ma con STREPITOSI ballerini che molto mi hanno dato del loro tango e che porterò nel cuore.

E’ stata una vera manna dal cielo per tutti, comprese le ansie da prestazione che, indistintamente, hanno toccato uomini e donne.

Il lavoro fatto dai Mascalzoni Latini, Paolo, Antonio, Mauro, Bobo per organizzare un evento del genere è stato straordinario! Non mancava nulla, tutto offerto e presentato con un delizioso equilibrio di tempi e di modi.

Amici Cari, mi spiace, ma mi tocca fare GNE’ GNE’ GNE’ perché, per i malati di tango come me, una maratona così segna l’Albo d’Oro.

Ai Mascalzoni e a tutta la squadra delle persone che li hanno coadiuvati nella titanica impresa, va il mio più sentito GRAZIE. Sono ricordi, questi, che conserverò per sempre nel cuore!

#proudtobethere

Pimpra

 

 

IL POTERE DELLA COMUNITÀ

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Una brutta avventura a lieto fine.

Le Gattonzole si sono prese una due giorni di libertà, uscendo dal perimetro del giardino per nascondersi, impaurite, in un garage a pochissimi metri da casa.

Sono uscita pazza.

Un dolore insopportabile per la perdita di due pezzi di cuore, due figliole a tutti gli effetti, anche se quadrupedi e pelose. La mia famiglia speciale.

Nei giorni di ricerca però, è accaduto un piccolo miracolo.

Una comunità intera che, sui pixel colorati dell’universo virtuale, ha condiviso il mio grido di aiuto per la ricerca delle piccole. Migliaia di persone hanno voluto passare parola che, nel mucchio, magari qualcuno aveva avvistato le fuggitive.

E dal virtuale al reale, amici che si sono resi disponibilissimi ad aiutare una “mamma” in difficoltà e si sono dati da fare veramente.

Ringrazio, in particolare, Annalisa, la “task force di ricerca” (che fortunatamente non è servita!) composta da Alessandra, Renata, Janjia e Francesco. Il supporto di Andrea e le sue piantine di Duino e i percorsi da battere nella ricerca, Vladi che dall’annuncio letto su Facebook, per amore dei felini, ha girato per più e più volte l’intera cittadina di Duino nella speranza di ritrovarle.

Una menzione specialissima va anche alla Giulia, giovane veterinaria illuminata dal sacro fuoco, mi ha supportata, consigliata e seguita in questa spiacevole avventura! E, anche in questo caso, la notizia le è giunta tramite tam tam mediatico!

Alla fine, le Gattonzole erano dietro casa. Un vicino, accorgendosi di una coda particolarmente lunga e pelosa si è ricordato di aver visto un volantino di scomparsa ed ha chiamato.

Tutto questo, in tempi che fanno schifo per quanto di brutto accade. Invece, esiste ancora il bello e il buono in questo mondo e questa esperienza, me lo ha messo davanti agli occhi.

Sono una grande consumatrice di social, chi mi conosce lo sa bene, e sa anche che ho sempre pensato che, dietro a uno schermo di pc o di smartphone c’è SEMPRE una persona che vive, pensa e pulsa di vita e di emozioni. A maggior ragione, dopo questa avventura lo affermo: c’è del buono anche in un mezzo apparentemente superficiale come FB.

Una parola la merita anche  Duino.

Da “cittadina” non ho mai vissuto le dinamiche di un piccolo centro urbano. C’è un mondo da scoprire!

Esiste quella che viene definita “comunità” che, il più delle volte, nelle città, anche di piccola dimensione, non si vive. Tutti si conoscono, tutti sanno, tutti vedono, tutti commentano.

Certo, ci sono aspetti negativi in tutto questo, nel senso che, probabilmente la privacy non è negoziabile, si è tutti lì, e quel che si vede si “discute” con quel che può produrre la creatività umana in fatto di pettegolezzo. Ma, il lato molto positivo della medaglia, è che le persone si sentono parte di un tutto che le accomuna e, quando qualcuno chiama, si risponde all’appello.

E’ stato così anche per me, un’emerita “straniera” in casa d’altri che, però, si è posta in modo soft e gentile con le persone e la stessa risposta, lo stesso atteggiamento positivo, gentile e collaborativo ha ricevuto in cambio.

Sono insegnamenti che dovremmo tenere sempre a mente.

Non so a voi, ma per me la dimensione di comunità è un concetto che è sempre stato avulso, distante. Ho vissuto ed agito come un cane sciolto, non ho mai avuto i gruppi di amici ma persone prese da ambiti diversi, poche volte e solo in età più avanzata, ho avuto (e lo dico) il piacere di trovarmi dentro a una squadra o a un gruppo.

Sicuramente il concetto va rivalutato, esaltato e sfruttato a fin di bene. Ed io per prima, cercherò di far valere questa esperienza nel mio futuro.

Adesso sto vivendo uno stato di quiete catartica che tanto mi rasserena e quindi, rinnovo a voi TUTTI indistintamente, il mio GRAZIE per l’aiuto, per i bei pensieri, per i messaggi e per il supporto che, in tutti i modi possibili, mi avete regalato in questi giorni.

VI SENTO VICINI ED E’ UNA SENSAZIONE NUOVA E BELLISSIMA!

Pimpra

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IL MOMENTO PRESENTE E’ INEVITABILE

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Ci sono quei giorni, quei periodi in cui sei giù. La vita scolora improvvisamente, tutto appare grigio e piatto e non vedi quella scintilla particolare che tanto ti è cara.

A nulla vale cercare di accendere il lume della ragione che, proprio al momento del bisogno, improvvisamente fa tilt.

Ondate di melma emotiva arrivano fin verso il cuore e oltre. E ti pare che nulla possa tirarti fuori dal tuo magma nero.

Poi però…

Uno stupido messaggio lanciato nell’etere, più per sfogo che per altro, e ti arriva una caldo abbraccio dai tuoi amici reali e virtuali. E già ti pare meno brutto. Una carezza, anche se sui pixel colorati di uno schermo, resta una carezza.

E il messaggio, quello vero, quello che proprio DEVI ascoltare, ti arriva. E’ l’Universo che te lo manda, per darti quella sberla che ti risveglia, ti rimette sul pezzo e ti fa riflettere profondamente.

Io Gabriel non lo conoscevo nemmeno, epperò leggo il suo messaggio su FB, adesso che ha lasciato questo mondo. Ed è un messaggio che pare scritto per la mia Anima di oggi, quella che trascina con sé il mio corpo triste.

Leggete, è scritto in spagnolo, ma si può capire, e comunque, impegnatevi a farlo:

“EL MOMENTO PRESENTE ES INEVITABLE”
La 1ra vez que la escuché si bien comprendia la escencia porque es muy simple, la profundidad muchas veces no la veia. Con esto que me está pasando me di cuenta que si quiero decir lo que siento, el único momento es AHORA, si quiero conectar con alguien, el momento es AHORA, si quiero amar, éste es el único momento posible, ya que el único momento que existe es AHORA
Quiero compartir esto con ustedes ya que me hizo ver que las cosas que me perdí de vivir por pensar demasiado en el futuro, hoy no sé si pueda llegar a hacerlas.
Por eso AHORA, EN ESTE MOMENTO, DONDE QUIERA QUE ESTES, ANIMATE A SER VOS MISMO, CONECTATE Y COENCTA, DISFRUTA,AMA, BAILA CON TODO TU SER Y NO PIERDAS EL TIEMPO.
Gracias infinitas por esta noche y por todo el apoyo y amor que me brindan. Gracias a todos los que colaboraron !!!
NOS VEMOS PRONTO
GABY”

“Il momento presente è inevitabile.  Ho capito che se decido di dire ciò che sento, l’unico momento è adesso, se desidero contattare qualcuno, il solo momento è adesso, se desidero amare, è questo l’unico momento possibile, l’unico momento possibile è ADESSO.”

Prendo le  sue parole, il suo messaggio che mi arriva così forte, oggi, che il pensiero triste mi accompagna, e decido di svegliarmi e vivere questo “adesso” che, oggi, mi regala spine, ma, evidentemente, ha un senso così.

Buon viaggio, caro Gabriel…

Pimpra

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In questa foto c’è tutto.

Il nostro andare nella vita.

La pioggia che copre, momentaneamente, la linea dell’orizzonte.

Il sole che ci aspetta oltre la tempesta.

 

Stamani il calendario filosofico  propone una frase riportata da Terzani:

“Finirai per trovarla  la via… se prima hai il coraggio di perderti”.

Sembra che tutto faccia quadratura del cerchio. Adesso, con determinazione e una buona dose di incoscienza, proviamo a liberarci delle certezze. Io per prima.

Vediamo cosa succede…

Pimpr(osophy)😉

IL BELLO DELLE DONNE.

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Finalmente un aperitivo con una cara amica che non riesco mai a vedere che le nostre vite corrono e lo fanno veloce, impegni di qua e di là, e pare impossibile che i mesi scorrano senza riuscire ad incontrarsi mai.

Arriva finalmente il giorno dell’appuntamento e la confidenza e il cuore sono presenti lì, sul piatto, come se il Tempo tiranno nono esistesse. Questa è amicizia, quella vera, dove non serve chiedere spiegazioni o giustificarsi, perché o c’è o non c’è.

Parte denso il fiume di parole, le confidenze, le riflessioni, gli stordimenti. C’è tutta la vita che si mostra e lo fa senza veli.

Ho portato a casa come una patina di tristezza perché, la mia cara amica, non riesce ad essere felice, a trovare una dimensione che la renda soddisfatta della donna che è.

Scopro, con parziale stupore, che gli archetipi e gli stereotipi con i quali siamo state allevate, volente o nolente, rimangono ben attaccati alla pelle non permettendoci di vivere appieno come dovremmo.

Ritrovarsi senza un marito, senza un compagno appena superati i 40 anni, non avere figli, non sono marchi che impediranno di rivivere ancora una volta, di rimettere in moto la macchina dei sentimenti, dei progetti e dei sogni.

Invece pare proprio di sì…

Da donna, da donna “matura”, credo di poter serenamente affermare che, di fatto, non abbiamo bisogno di avere un uomo al nostro fianco per sentirci realizzate.

Stiamo bene a prescindere, come esseri umani. E’ questa la lezione da imparare, che vale per tutti gli esseri umani, di entrambi i sessi.

E’ vero che, se l’Amore bussa alla nostra porta e ci accompagna, la vita avrà un sapore in più, un colore in più, e, molto probabilmente, sarà più stimolante ma, lo ribadisco, non dobbiamo mai mai mai e poi mai sentirci persone che valgono di meno se, per qualche ragione, non abbiamo costruito o mantenuto una relazione stabile e duratura con un compagno/a di vita.

Eccerto non è facile accettare il ticchettio dell’orologio biologico che ci mette di fronte a una scadenza imprescindibile, oltre la quale, un figlio, ad esempio, con il nostro corpo, non potremo più concepirlo.

Ma siamo solo questo? Tutte delle madri?

Non credo.

Di sicuro ci sono molte, moltissime donne che hanno dentro di sé questa spinta emotiva alla quale devono dare ascolto, devono diventare madri perché fa parte della loro intima essenza. Ma non è così per tutte le donne.

Allora, Amiche care, mi piace dirvi di “godere di voi stesse” per tutto quello che siete oggi e che diventerete domani. Che la vita è bella, anche se piena di spine che, troppe volte, si conficcano nella carne delicata… ma sapreste rinunciare alla bellezza della rosa?

Io no di certo.

Allora, AMATEVI E BASTATEVI. Sono sicurissima che poi,  uno dietro l’altro, vi arriveranno TUTTI i doni per voi più preziosi e cari.

Pimpra

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LOGICHE TRASVERSALI

iron maiden

Trieste è, o per lo meno era, una città tutto sommato abbastanza tranquilla. Un numero di popolazione adeguato alla sua geografia marittimo carsica, popolazione per lo più diversamente giovane, respiro ancora, tutto sommato, abbastanza mitteleuropeo.

Certo le “invasioni barbariche”- e non scatenatevi su questa definizione che vuole essere leggera e scherzosa- , stanno cambiando il volto della città anche in questo estremo lembo del nord est. Ma, pare, siano questi i tempi moderni e non ci si possa opporre.

Al mattino, prima di entrare al lavoro, in quella che da anni definisco la mia “gabbietta”, faccio sempre lo stesso percorso: parcheggio lo scooter sull’albero (metafora per dire che, in zona piazza Unità, è impresa quasi impossibile trovare un posto regolamentare pure per un due ruote), mi reco alla Torrefazione Triestina, dove il caffè, per il mio palato viziato, fa moderatamente orrore ma i banconieri che ci lavorano sono così gentili che anestetizzo le mie esigentissime papille gustative e sorseggio, tra due chiacchiere, l’immonda bevanda.

Piazza Cavana è davvero una piccola agorà, i cui richiami antichissimi, trasudano ancora dalle case medievali rimesse a nuovo dai progetti comunitari. Certo, manca la puzza di umidità e di piscio che era la marca odorosa della vecchia Città, ma, diciamocelo, è meglio come è diventata oggi. Si sono perse pure le puttane, questo va detto, che in strada, attendevano gli attempati clienti e, come questi ultimi, vecchie pure loro , probabilmente il Tempo se le sarà prese.

Ogni mattina incontro gli stessi volti, persone a me sconosciute e pur note , ognuna con il suo andare, chi veloce chi quieto, a dar corso alla loro giornata.

Questa è Trieste.

Poi, un giorno, annunciano un grande evento che, a ben guardare, sembra incredibile possa svolgersi proprio qui. Non dimentichiamo che siamo la città del “no se pol” e forse per questo “non fare” che viene mantenuta nel tempo quella particolare allure che tanto piace ai foresti.

Sbarca un gruppo musicale che, ai tempi della mia gioventù faceva furori, gli Iron Maiden , e che vanta ancora una schiera di fedelissimi tra giovani e meno giovani.

Loro, i musicisti, sono un collage di anziani signori con criniere tenute su dalla lacca e volti fossilizzati da quintali di silicone, eppure se la ridono, dormendo sogni d’oro sui miliardi guadagnati in 40 anni di carriera.

Ma ciò che ho trovato di più esaltante è vedere, in questi luoghi a me così cari e familiari, riversarsi il popolo dei loro fan: agguerriti, a caccia del posto migliore fin dalle prime ore del pomeriggio, sotto una canicola devastante, tutti vestiti di nero, come da copione.

T-shirt cattivissime, scritte e grafismi inquietanti, ventri grandi come otri di birra, barboni, occhialini, tatuaggi cattivissimi ovunque.

E poi li osservi meglio e in quei signori attempati, rivedi tutta la loro sfiorita giovinezza, gli anni verdi oramai lontani, ma il desiderio che rimane vivo sempre, la vita che continua a pulsare anche se, il corpo si è fatto decisamente pesante e mostra i segni tutti della vita trascorsa.

Ma di bello c’è che con i padri ci sono i figli e le loro compagne, ci sono le mogli che, poveracce, sono pure peggio dei loro partner, perché, il metallo pesante, su una signora, conferisce ancora più anni di quelli registrati all’anagrafe.

A me questa umanità che segue il sogno della sua gioventù piace, e piace tantissimo, anche se la loro musica è orrore per le mie orecchie. Però li rispetto, e spero che, questo piccolo passaggio in questa piccola città del nord est possa risvegliare in tutti loro, una nuova scintilla…

Pimpra

 

QUANDO PORTAVO I PANTALONI CORTI

bambini d'Antan

Pausa pranzo.

Dopo una bella sciabolata di carta di credito affondata in compagnia della la mia fedele compagna di merende, incappando in modo assolutamente casuale nei saldi di un negozio fornitissimo di scarpe, ma di quelle giuste, al fine di riconfortare le nostre coscienze improvvisamente lerce come quelle di un serial killer dopo l’efferato delitto ai nostri rispettivi conti correnti, la mente, chissà perché, è partita indietro nel tempo… ma tanto indietro…

Quando portavo i pantaloni corti, era la fine degli anni ’70.

Eravamo un po’ tutti come i bimbi della foto: stessi semplici vestitini, le scarpine con gli occhi, le Superga blu e bianche, gli zoccoli di legno (vero e non di plastica), i capelli tagliati con la scodella, i calzini bianchi a metà polpaccio.

Eravamo sempre molto sporchi, d’estate, perché giocavamo all’aria aperta: chi nel cortile di casa, chi in campagna, chi per le vie del suo quartiere.

I più fortunati, come me, potevano spaziare in tutti questi luoghi.

La campagna delle mie zie era il mio luogo del cuore. Ogni mese aveva il suo particolare colore, il suo sapore unico.

A giugno, quando finiva la scuola, si sfogavano le gambe con grandi corse in bicicletta, si facevano infinite sessioni di nascondino in notturna che era molto più divertente. Si piantavano le insalate, si raccoglievano i cetrioli ed il radicchio.

I bambini inventavano i giochi più incredibili con niente: scatole di ferro, confezioni di lucido da scarpe, cassette di legno utilizzate per portare al mercato la verdura. Era tutto così bello e divertente, comprese le “ferite di guerra” provocate dai ruzzoloni fatti in bicicletta, o cadendo dagli alberi.

Non si perdeva tempo a disinfettare con alcol, a volte con quello rosso, se c’era, di solito, la prova da superare era quella di urlare meno possibile quando la nonna, sulla ferita aperta (e normalmente idonea a un bel passaggio di punti di sutura), riversava del succo di limone. E tutti gli amichetti vicini incoraggiavano il malcapitato a resistere e a non far rumore, perché così si diventava “grandi”.

A luglio si stava fuori alla sera e si raccontavano le storie, ascoltando il canto delle cicale e contando le stelle nel cielo. “Quella te la regalo”, “quell’altra ha il tuo nome” nelle dolci e innocenti mosse di corteggiamento che si potevano fare a 8/9 e 10 anni. E si amava, si amava davvero, anche allora.

Agosto erano i fuochi, bruciare le sterpaglie e non c’era anno in cui, la mia amatissima zia Mara, non provocava un vero incendio ed arrivavano i pompieri. E poi, una volta spento, tutti insieme a festeggiare lo sventato disastro bevendo vino di casa e mangiando prosciutto.

Erano le salite sull’albero di fico, i cui rami elastici e privi di corteccia abrasiva, accoglievano ognuno di noi e ci regalavano dolci e meravigliosi frutti.

Settembre, anche per noi bimbi, era già la stagione della malinconia. I cuginetti tornavano a Milano, la scuola riprendeva di lì a poco e bisognava completare i maledetti compiti delle vacanze, lasciati per tutta l’estate, in un angolo nascosto del cassetto.

Chissà perché, oggi, ho rivissuto questo poetico amarcord, così tanto veritiero da sentirne il profumo.

Era il tempo dei pantaloni corti e delle ginocchia sbucciate. Un tempo che resterà solo un dolce ricordo nella memoria. Felice di averlo vissuto…

Pimpra

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UN PICCOLO ANGOLO DI PARADISO: Conventello house

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Su Conventello, sulla maratona di Cristina Camorani (nome e cognome ci stanno tutti), sul week end bucolico a tutto tango, l’evento in stile Woodstock,  è già stato detto e scritto tutto.

Una festa in un casale tra le campagne ridenti della provincia Romagnola, dove ogni cosa è “verace”, sincera, come dio vuole e madre natura desidera.

A casa di Cristina si sta bene, tutti, indistintamente, perché lei è la Grande Madre, è come la terra, è una donna feconda di Amore e di Accoglienza (e le maiuscole non sono un caso…).

La famiglia di Cristina è una grande famiglia, come quelle dei tempi che furono, dove tutti vivono insieme, i genitori, i nonni, i nipoti e poi i fidanzati, le morose, gli amici. C’è posto per tutti, non solo nella casa, nella cucina sempre aperta, ma, soprattutto, nel grande cuore dei suoi abitanti.

Organizzare una maratona per 280 persone a casa propria non è mai una buona idea perché è un vero massacro di stanchezza, di responsabilità. Eppure Lei lo fa, la nostra passionaria delle cose belle, delle emozioni grandi e delle imprese impossibili (per chi non lo sapesse, la milonga per il compleanno del Papa è stata idea sua…).

Mi sono chiesta più volte chi glielo facesse fare. Lei che ama danzare come fosse necessario per respirare, e non riesce a farsi una sola tanda, perché lavora sempre, cucina per tutti, organizza, prepara.

Ci guadagna? Non credo proprio, perché, con le spese di organizzazione, noleggio, acquisto materie prime ecc. ecc. non credo le resti un solo euro.

Allora?

E’ l’Amore, ne sono sicura, lo stesso che riversa sulla sulla grande famiglia che, solidale e partecipe, è parte attiva della festa, ognuno con il suo compito, ognuno a lavorare alla sua postazione (ricevimento ospiti, bar, cucina…).

Lei ama il tango e ama noialtri tangueri e ce lo dimostra invitandoci a casa sua e regalandoci un fine settimana di benessere e felicità totali.

E poi ringrazia, lo fa con tutti ed ogni volta mi commuovo, è grata alla sua famiglia per esserle accanto e per sostenerla sempre, anche nelle sue imprese (apparentemente) impossibili.

Per me, è questo il sapore specialissimo che ha la maratona a Conventello, c’è la famiglia, la campagna, le cose vere e genuine, come la vita di un tempo. Mi piace vedere che esistono ancora, che ci sono persone capaci di sfuggire alle spire della modernità che prosciuga i sentimenti e ruba il tempo per le cose importanti.

Ogni anno Cristina mi ricorda questo valore aggiunto e primario nella vita di ognuno di noi ed io le sono profondamente grata perché, in tutto questo esce il “TANGO DELLA GIOIA”, così come lo ha splendidamente definito Michele.

GRAZIE CRISTINA, grazie a tutta la tua meravigliosa Famiglia!

Pimpra

Ps: la foto è molto simbolica, rappresentando la stradina di campagna che ti porta direttamente in paradiso, alla mitica Conventello house!🙂

 

 

 

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